Paolo Borsellino
Ospitalità
3 – 14 maggio 2006 | Sala Mercadante
Associazione Culturale Teatro Segreto - Benevento Città Spettacolo
Paolo Borsellino essendo stato
scritto e diretto da Ruggero Cappuccio
con Massimo De Francovich, Francesca Caratozzolo, Connie Bismuto, Paola
Greco, Silvia Santagata, Ada Totaro
musiche Marco Betta
scene Carlo Rescigno
costumi Salvatore Salzano
progetto immagini Ciro Pellegrino
luci Michele Vittoriano
Forte unicamente della sua spiazzante lealtà intellettuale, di un intuito
espresso a livelli altissimi, Paolo Borsellino è l’incarnazione di eroe
psicologico in grado di sacrificare il proprio corpo e i propri affetti
per un’idea: la giustizia. Questo profilo di un artefice umano che
costruisce il proprio coraggio per donarlo agli altri ha affascinato i
grandi tragici dell’antichità, le letterature di tutti i tempi e di
tutto il mondo. […] I cinquantasette giorni in cui Paolo Borsellino vive
dopo la morte a Giovanni Falcone, fanno del giudice sopravvissuto un uomo
solo, accerchiato da elementi deviati dello Stato e della politica, da
Cosa Nostra e dall’indifferenza collettiva come prodotto culturale
raffinatissimo atto a seppellire la verità. Senza Falcone, senza l’uomo
che Borsellino stesso definiva “il suo scudo”, il magistrato elabora
la certezza matematica della propria fine. A più riprese disegna come
imminente la propria morte a colleghi ed amici con allusiva eleganza.
Malgrado ciò rimane. Rimane in Sicilia, rimane a Palermo, rimane fedele a
un’idea, a Falcone, a sé stesso. A condividere la sua coscienza della
fine è innanzi tutto il mondo femminile, composto da sua madre, sua
moglie, sua sorella, le sue figlie, oltre naturalmente a suo figlio
Manfredi. Questa partecipazione silenziosa al destino di chi combatte in
una sfida con un finale già scritto, torna a parlarci di una
consapevolezza tutta classica in cui alla dignità dell’eroe fa
riscontro la dignità di chi dovrà piangerlo e continuarlo ad amare
nell’assenza del corpo. La messinscena di Ruggero Cappuccio allinea
accanto a Borsellino le figure di cinque donne, Antigoni, memorie di
un’infanzia perduta intesa come età della perfezione, della bellezza.
Il femminile distilla un’idea calda e solare della terra, in una parola
della Sicilia stessa. Il lavoro si sviluppa in un concentrato di suoni e
immagini tese ad esaltare il contrasto tra la spudorata bellezza
dell’isola e i suoi umori notturni. L’ironia si rivela come una qualità
in grado di percorrere il dramma per svelarlo con più forza e più
direzionalità in tutta la sua crudezza. L’azione prende l’avvio dal
diciannove luglio 1992. Alle ore sedici e cinquantotto in via D’Amelio,
a Palermo, un attentato pone fine alle vite del giudice e degli uomini che
lo stavano proteggendo: Vincenzo Li Muli, Walter Cusina, Agostino
Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi. Nell’ultimo decimo di secondo
tra l’esplosione e la morte, Paolo Borsellino ricompone memorie e sogni
della sua vita. Parla, racconta. Dubita di essere ancora vivo. Dubita di
essere già morto. La messinscena deflagra in dodici movimenti, quanti
sono quelli di uno Stabat Mater, addensando frasi, sussurri, visioni. Ed
è appunto uno Stabat Mater doloroso, la prima parte. Il giudice,
quell’ultimo giorno, andava a far visita a sua madre: una madre
consapevole, metafora e incarnazione del dolore cosciente e fiero di
un’altra Sicilia, di quella più invisibile e più vera.

