Romeo e Giulietta
di William Shakespeare
regia Alexander Zeldin
produzione Napoli Teatro Festival Italia
in coproduzione con Teatro Stabile di Napoli
in collaborazione con Young Vic Theatre
con il supporto allo sviluppo di National Theatre Studio
nell'ambito del progetto Le Città del Mediterraneo realizzato con il sostegno di Ministero dello Sviluppo Economico, Regione Campania, Regione Sicilia
Teatro Mercadante 4-8 giugno 2010
Romeo e Giulietta è una tragedia che ha luogo perché alla domanda "come bisogna vivere?" non esiste una risposta concorde fra i genitori, i figli e l'autorità. Il conflitto si consuma fra un mondo antico ed un nuovo mondo emergente.
Abbiamo dato inizio a questa sperimentazione nell'agosto 2008 a Londra, presso il National Theatre Studio, dove abbiamo organizzato un laboratorio teatrale a cui hanno partecipato un compositore russo, due musicisti egiziani ed attori britannici. Abbiamo cercato di trovare un allestimento scenico in cui le questioni politiche su matrimonio, nucleo familiare, sesso e religione che pervadono Romeo e Giulietta potessero avere un senso per un pubblico moderno. Il problema verteva su come convincere il pubblico che due persone possono ancora innamorarsi a prima vista, che due famiglie possono ancora essere indotte ad ammazzarsi reciprocamente, che consacrare l'amore dinanzi a Dio non è un'assurdità... In sintesi, cercare di fare in modo che questa tragedia, realizzata ad infinitum, sia in grado di esprimersi nell'attualità. Alexander Zeldin
Shakespeare batterista *
di Alexander Zeldin
Della incomprensibilità di una lingua straniera mi ha sempre affascinato il fatto che due parole qualunque, messe l’una dopo l’altra, hanno un suono particolare, unico, differente da altre due parole qualsiasi. Un esempio emblematico di ciò che ho appena detto lo abbiamo quando ci riscopriamo a cantare una canzone straniera: non ne comprendiamo il significato, eppure ci piace. Perché? Perché le parole hanno una qualità musicale ricca di combinazioni infinite; hanno ciò che possiamo definire un significato profondo. Nel senso che ci invitano a usare facoltà differenti da quelle che impieghiamo comunemente per capire ciò che la gente ci dice, ci spingono a individuare un luogo, dentro di noi, in cui i suoni e i ritmi possano vibrare, risuonare… un luogo in cui diventiamo delle sensibili antenne. Ricantando quella canzone, siamo spinti a usare i suoni delle parole per creare un senso e un effetto, dal momento che non ne conosciamo il significato. Le parole, insomma, si trasformano in musica. Un articolo sulle “parole di Shakespeare” fatto di 600 delle mie parole deboli e inadeguate non può che essere personale e parziale. C’è un articolo su Shakespeare poeta, genio dell’intrigo e della tecnica poetica; un altro su Shakespeare creatore di linguaggio, su Shakespeare scrittore che opera nell’ambito di una cultura orale, in cui le parole hanno un peso differente da quelle di oggi; e c’è la sfida di adattare tutti questi diversi aspetti. L’articolo, però, che più mi interessa scrivere è quello su Shakespeare musicista, il “batterista” in contatto con ogni battito del cuore, un articolo che allude a tutti gli altri possibili ed è certamente il più strettamente legato al lavoro teatrale che stiamo facendo su Romeo e Giulietta. La musica è fatta di sistemi. Shakespeare scrive in pentametro giambico, che ha cinque battute forti ed è spesso in verso sciolto. Quando egli usa la rima, la prosa o modifica la forma base del pentametro, lo fa per una ragione precisa e sempre in funzione della storia che sta raccontando. L’esempio più famoso a questo riguardo è, ovviamente, il sonetto del primo atto (scena 5) di Romeo e Giulietta, l’incontro perfetto tra due persone, di cui ciascuno condivide metà del sonetto. Comunque si ha l’impressione che questa maestria, capace di mandare in estasi centinaia di aridi accademici per tutta la loro vita, non sia l’espressione di un tizio che si diletta a giocare con i diversi volti dell’ironia, bensì di qualcuno che ha compreso l’essere umano non solo in modo intellettuale, ma in una dimensione più profonda e viscerale. E anche se assoluti capolavori dell’intelligenza descrivono le leggi politiche, sociali e morali che ci hanno unito, ci uniscono e ci uniranno (oppure ci dilanieranno), si ha l’impressione che Shakespeare abbia capito e conosciuto già tutto, molto più, per dirla in breve, di quanto sa e comprende l’uomo comune. Per chi fa teatro, come regista o come attore, questo è un gran dono, perché vuol dire sintonizzarsi con qualcuno che è più grande di lui. Mettere in scena Shakespeare è come entrare in sintonia con una voce più alta. E credere che egli “parla come noi” è allo stesso tempo un grave errore e una profonda verità. Io direi, piuttosto, che egli parla come noi più di noi, da un luogo che è molto al di là di noi. Le sue parole sono sentieri da percorrere, note da sperimentare. Sono perfetta lingua teatrale: viscerale, dal ritmo rigoroso e così infinitamente e psicologicamente preciso! Il fatto è che egli fa psicologia non solo attraverso il pensiero e l’analisi, ma anche mediante l’esperienza con un meccanismo intrinseco alle parole. Ricordo un allestimento di Yukio Ninagawa del Tito Andronico dove, in apparenza, sembrava che gli attori stessero semplicemente urlando. Ma, dopo un po’, entrammo nel vivo di una esperienza in cui qualcosa di più profondo stava avvenendo, in cui i sopratitoli quasi non avevano scopo, in cui eravamo semplicemente connessi con le voci, i respiri, eppure tutto era oltremodo chiaro, come in una sorta di trance. Con Barbara Houseman, che assieme a me lavora sulla voce come co-regista, ci concentriamo non sul significato intellettuale del testo ma, al contrario, invitiamo gli attori a lasciarsi andare al flusso del pentametro, perché pulsi in loro come il battito di un tamburo, recitando il testo come un rap. Così, esplorando il ritmo, riusciamo anche a immergerci nei suoni che sono dentro le parole. Ed è miracoloso come il significato delle parole sia nascosto nei loro suoni, nel ritmo e, ancor più, nell’esperienza viva di pronunciarle. Dal mio lavoro con l’opera lirica ho imparato che la voce ha una relazione diretta con le nostre emozioni. Per esempio, quando canti una nota e poi un’altra e sei realmente consapevole di che cosa senti cantandola, quasi dimentichi il suo significato e permetti a te stesso di inondarla con l’emozione che l’atto fisico di cantarla comporta: ecco, tutto questo è ciò che la parola significa. Quelle di Shakespeare risuonano insieme con il significato, secondo Jean Claude Carriere non solo nel senso che esse sono poesia e, perciò, versi differenti possono essere letti in modi diversi producendo diversi significati, ma nel senso che Shakespeare ha creato nelle sue parole una musica così profonda, così primigenia, così diretta che qualcosa di assai più profondo emerge attraverso la sua poesia. Qualcosa al di fuori del tempo. Il suono del battito cardiaco dell’umanità, con cui pare egli fosse miracolosamente in contatto. Così, da attore, il mio rapporto con la lingua di Shakespeare è di un ascoltatore, di una vittima, di un medium.
* pubblicato in TRA - bimestrale del Teatro Stabile di Napoli (n. 4 aprile-maggio)

