Tre surice dint' a nu mastrillo
Pulcinella al Mercadante
Tre surice dint’ a nu mastrillo
da Antonio Petito
regia Tonino Taiuti
drammaturgia Mario Santella
scene Tonino Di Ronza
costumi Anna Maria Morelli
disegno luci Lello Serao
Personaggi e interpreti
Donna Peppa, tavernara Caterina Pontrandolfo
Marcellina, sua figlia, innamorata di Don Eugenio Laura Borrelli
Don Eugenio, giovane benestante Marco Matarazzo
Diesco, inserviente della taverna, sordo Ciro D’Errico
Pulcinella, giovane sfasulato Michele Danubio
Don Alonzo Peripetros, spagnolo pedante, maestro di scuola Antonio Franco
Pancrazio, vivandiere del carcere Gennaro Monti
assistente alla regia Sara Marino
assistenti ai costumi Roberta Mattera, Giovanna Napolitano
assistente alle scene Giovanni Scurria
direttore di scena Enzo Palmieri
elettricista Rosario D’Alise
scene realizzate dal Laboratorio del Teatro Mercadante e da Tecnoscena
s.n.c.
costumi di C.T.N. 75 di Canzanella Vincenzo
Fotografo di scena Giuliano Longone
Pulcinella è la testimonianza vivente di una cultura teatrale. La maschera non
è solo merce per turisti o nostalgici collezionisti: è una macchina
rappresentativa, una guida per l’attore, un canovaccio drammaturgico.
La sfida, ogni volta che ci si confronta con le famose pulcinellate è quella di
aggiornare la potenza comica e la chiave eminentemente parodistica.
Far rivivere la maschera, resuscitare Pulcinella... come se fosse morto, come se
fosse sparito. E invece, ogni volta che si legge un testo di Antonio Petito, tra
le poche e semplici battute, tra le scarse indicazioni sceniche, appaiono
potenti tutti i lazzi, tutte le scenette, naturalmente, con semplicità. Ecco,
proprio questo spuntare vivo e allegro di modi e forme dello spettacolo
petitiano, passati indenni in più di un secolo di storia, indica che la
maschera non ha bisogno di essere resuscitata, bensì solo di un palcoscenico
dove agire e ridere di noi.
Il testo che ho scelto, Tre surece dint’o mastrillo, è una partitura
di parole e gesti per attore napoletano, una traccia che voglio restituire nella
sua limpidezza estrema. Pulcinella, eco degradata dell’innamorato romantico è
coinvolto, insieme ad altri buffi, nella improbabile corte alla figlia di una
tavernara. La giovane ragazza suscita sentimenti amorosi e pulsioni sessuali: un
oggetto di desiderio assoluto, gratuito. Antonio Petito non perde tempo a
giustificare l’ardore maschile, assunto come topos
della farsa. Dunque s’innesta la riflessione su un sentimento tutto possesso e
godimento che ricorda, oggi, la corsa al consumo ossessivo. Petito non è
terreno per delicate operazioni filologiche. Come nei ricordi di Scarpetta
bambino, la maschera di Pulcinella è nera e fa paura. Con la statura mitica
della maschera bisogna confrontarsi con forza e vigore. Devo avere il coraggio
della contaminazione, dell’esperimento alchemico: tradizione e avanguardia
hanno bisogno l’una dell’altra e io sono nel mezzo di questo confronto,
senza pudori.
I tre spasimanti sono tre facce del desiderio senza senso, della coazione al
possesso. L’oggetto desiderato non ha valore in quanto è merce consumabile.
Allora la farsa, distesa nei suoi meccanismi su un impianto scenico essenziale,
diventa cinica e cruda, il riso è violento e rapido: crudo rispecchiamento di
un movimento vuoto di una partitura diretta da un servo sordo.
Infine ricordo che, come nel miglior teatro, il testo, per quanto
letterariamente esile, possiede una drammaturgia teatrale precisa e solida che
diverte il pubblico e certamente anche l’attore. Ho cominciato a divertirmi
con la maschera di Pulcinella circa venti anni fa insieme a Newiller e le
atmosfere magiche del Don Fausto; devo ringraziare il teatro Mercadante e Renato
Carpentieri per avermi dato l’occasione di cadere di nuovo in questo sogno.
Tonino Taiuti

