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La bella utopia. Lavoratori di tutto il mondo ridete

uno spettacolo di Moni Ovadia
con Moni Ovadia, Lee Colbert, Maxim Shamkov,
e con la Moni Ovadia Stage Orchestra
scene e costumi Elisa Savi

una produzione Promomusic / La Corte Ospitale di Rubiera

 

dal 3 all'8 marzo 2009

 

 

È già inscritta nel titolo la vocazione ironica e beffarda dell’ultimo spettacolo di Moni Ovadia, al solito accompagnato da Lee Colbert e dalla Moni Ovadia Stage Orchestra. Unendo Karl Marx e Groucho Marx – ovvero l’ideologia politica e la comicità - Ovadia realizza uno spettacolo storicamente documentato e non privo di spunti dichiaratamente comici, fatto di immagini, musiche, canzoni, reperti storici riassemblati per dare una sembianza quanto più precisa dei rapporti tra l’Unione Sovietica e l’ebraismo.

 “La bella utopia” mette insieme pezzi di storia e testimonianze raccolte personalmente da Ovadia, che parla correttamente il russo. Lo spettacolo parte dalla rivoluzione bolscevica del 1917 e arriva sino alla deportazione degli ebrei nel Birobigian alla fine degli anni ’40, analizzando i motivi del fallimento della rivoluzione d’ottobre come grande ideale di uguaglianza e di libertà tra gli uomini, la nascita dello stalinismo, i gulag e le deportazioni degli ebrei. Moni Ovadia intende insomma restituire dignità a tutti gli uomini e le donne “che hanno vissuto lì, in quel periodo, e che hanno dato se stessi per la rivoluzione, quella fallita del 1905 e quella vittoriosa del 1917, e sono stati uccisi dalla stessa idea che volevano difendere”. Da una parte, la deriva tirannica, le deportazioni e l’inevitabile tradimento dell’”utopia” iniziale, dall’altra un grande movimento di portata ideale che ha creduto e investito in principi fondamentali per il progresso dell’uomo come l’uguaglianza dei diritti e il riscatto dei più umili. E non risparmia battute polemiche sugli stati ‘imperialisti’ come la Gran Bretagna, il Giappone, la Francia e gli Stati Uniti che, appoggiando la contro-rivoluzione capeggiata dagli zar, trasformarono la rivoluzione bolscevica da un processo pacifico e ugualitario a un fenomeno cruento e oppressivo.
La materia drammatica dello spettacolo viene stemperata grazie all’ironia e all’umorismo tipici della cultura ebraica. Un umorismo “paradossale e critico che permette di guardare dritto negli occhi della Medusa senza rimanere pietrificati”. Così, pur raccontando vicende tragiche della storia del Novecento, riaprendo ferite ancora aperte e non del tutto rielaborate, Ovadia spezza la narrazione con una comicità alla Groucho Marx, intervallando lo spettacolo con il racconto lieve ma mai banele delle barzellette ebraiche, sottilmente ironiche e beffarde.

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