"Guardiamo nell'aperto!" / Il teatro e la città
Andrea De Rosa / Marino Niola
Un professore di filosofia, poi diventato mio caro amico, mi diceva sempre: “la tua generazione è triste perché è nata già in crisi. Noi – così diceva, lui che aveva “fatto il sessantotto” – noi almeno abbiamo vissuto una stagione di euforia, di illusione, di felicità. Ma voi siete in crisi e non sapete neppure perché. Forse non sapete neppure che cosa è andato in crisi!”. La parola “crisi” è quella che oggi tutti più facilmente adoperiamo per raccontare la nostra epoca. E’ sotto gli occhi di tutti che c’è la “crisi economica”, la “crisi dei valori”, la “crisi del modello di sviluppo”, “la crisi della sinistra” etc. Salvo poi accorgerci che questa parola, come tutti i luoghi comuni, esprime una verità tanto più grande quanto più viene svuotata di significato, fino a diventare essa stessa, attraverso la sua povertà di significato, un generatore di “crisi”. In questo senso, credo, ci troviamo davanti soprattutto a una epocale, drammatica crisi linguistica. Le vecchie categorie - sociali, economiche, politiche, culturali - non interpretano più il mondo in cui viviamo e non ce ne sono di nuove che ci vengano incontro. Questa consapevolezza ha accompagnato il mio lavoro di regista e ho deciso di porla al centro anche del mio lavoro di direttore del Teatro Stabile di Napoli. Credo, infatti, che porsi la domanda su perché e che cosa è andato in crisi sia il compito, poco divertente ma necessario, su cui la mia generazione ha il dovere di cimentarsi per tentare di dare un contributo a una riflessione culturale che non sia spicciola e, attraverso il teatro, il suo specifico linguaggio, provare a riconquistare un rapporto forte con la realtà. Per questo ho chiamato intorno a me, per la nuova stagione, tanti artisti, soprattutto della mia generazione (la classe nata negli anni sessanta) e ho posto a ciascuno questa semplice domanda: “perché siamo diventati così cinici?”. Il cinismo, infatti, è l’effetto più evidente, il più immediato e tangibile, di questa “crisi” linguistica. Se le parole si svuotano di significato, se diventano arbitrarie, se girano a vuoto, l’effetto più immediato è che le promesse non hanno più valore, gli sguardi devono sancire con l’arroganza e la cattiveria ciò che non può più essere garantito da un patto. Se non siamo più in grado di dirci l’un l’altro dove stiamo andando, ad ogni incrocio saremo spinti solo, e sempre di più, a passare per primi ma, come diceva il mio amico, non sappiamo più neanche perché. Tutto rischia di essere travolto da questa crisi. In Italia ancor più che altrove. A Napoli, come sempre, in modo speciale. La risposta, credo, non può essere l’invito a “diventare tutti più buoni”. Bisogna per prima cosa, ed è questo che il teatro può fare, stanare i linguaggi vuoti, i luoghi comuni, gli ingranaggi che stritolano i discorsi e allo stesso tempo dar ascolto alle parole, ai concetti, alle speranze e ai desideri che hanno ancora forza, aggrappandosi ad essi come a una zattera in mezzo alla tempesta. Bisogna far vivere sui nostri palcoscenici, come in un theatrum orbis, i meccanismi in cui il nostro linguaggio si è inceppato e provare a gettare una rete immaginaria con cui cercare di raccogliere non solo le parole, ma i gesti, gli sguardi e i silenzi che sappiano ancora raccontarci chi siamo e cosa vogliamo diventare. Solo questo potrà farci immaginare un mondo meno cinico. Shakespeare e Beckett saranno gli autori privilegiati attraverso i quali muovere i primi passi di questa riflessione. Non tanto e non solo per l’importanza che essi rappresentano per chiunque ami il teatro, quanto per il fatto che la potenza linguistica che essi mettono in campo può ben rappresentare sulle scene l’arco entro il quale si è consumato il naufragio con il quale bisogna fare i conti. Qualcuno diceva, con una bellissima metafora, che il teatro di Shakespeare è la scatola nera dell’umanità. Si potrebbe aggiungere, forzando la metafora, che il teatro di Beckett è l’immagine della carcassa ancora fumante, la prova che l’aereo è precipitato. Avere a disposizione la scatola nera, leggere con attenzione cosa c’è scritto, è un privilegio che forse ci permetterà di riaggiustarlo, di farlo ripartire. Ho accettato, in questi primi mesi di direzione, molti inviti a collaborare, a “fare sistema”; altrettanti ne ho rivolti a varie istituzioni culturali della città e altri ancora ho in programma di svilupparne per il futuro. Se tutti ci muoviamo, come abbiamo cominciato a fare, in una comune direzione, faremo nei prossimi anni, ne sono sicuro, passi molto lunghi e significativi. Mi piace infine annunciare e presentare questa nuova stagione del Teatro Stabile di Napoli ricordando alcuni versi di F. Hölderlin:
“Su, vieni! Guardiamo nell’Aperto.
Cerchiamo qualcosa di proprio, sebbene sia ancora lontano”.
Guardiamo nell’Aperto.
E’ questo l’invito che rivolgo idealmente a tutti gli artisti, agli
spettatori, alle Istituzioni, agli operatori, a quanti a vario titolo vorranno
partecipare alla vita del nostro teatro. Rivolgo questo invito soprattutto a
Napoli, a tutta la città: cerchiamo qualcosa di proprio, sebbene sia ancora
lontano. Andrea De Rosa
- In questo momento di crisi economica internazionale il teatro, investito come ogni istituzione dalle acque agitate del presente, coinvolto nelle sue ristrettezze, non può sottrarsi alla sua funzione civica e culturale che consiste nell'offrire linguaggi, scene e modelli di elaborazione culturale di una realtà difficile e piena di incognite.
- Fare la propria parte oggi significa anche offrire il proprio contributo alla rappresentazione, all'interpretazione dello stato di emergenza che ci riguarda tutti, come cittadini e come operatori istituzionali. È anche questo il compito di un teatro stabile.
- Non a caso la programmazione di quest'anno è orientata su due testimoni polari della Crisi come Shakespeare e Beckett. L'autore de La Tempesta ha incarnato in forme, ancora vive e palpitanti, lo smarrimento di una trasformazione epocale che investì gli uomini della prima modernità, e della quale lo smarrimento contemporaneo è figlio postumo. E Beckett che della crisi dell'uomo contemporaneo ha saputo disegnare implacabilmente l'anatomia.
- Non è un caso che i grandi tornanti della modernità e le crisi da cui prendono forma le grandi trasformazioni storiche e sociali, i grandi avvicendamenti - detto in figura i patricidi - hanno nel teatro il sismografo dell'inquietudine e al tempo stesso un modello interpretativo valido per ogni tempo e situazione.
- Inoltre il Teatro Stabile di Napoli e i suoi vertici sentono forte la responsabilità verso una tradizione che ha pochi eguali al mondo e che ha fatto di quella partenopea una delle grandi civiltà teatrali dell'Occidente. Un impegno che lo Stabile continua ad onorare sia al Teatro Mercadante sia sulle tavole del San Ferdinando. Per accennare brevemente a quel che la città di Eduardo e di Della Porta, di Viviani e di Totò, di Pulcinella e della Commedia dell'Arte hanno rappresentato per la storia del teatro universale bisognerebbe scrivere un libro ancor più voluminoso di quello, bellissimo, che Vittorio Viviani dedicò al teatro napoletano. E in ogni caso qualunque elenco sarebbe incompleto perché finirebbe per cancellare ingiustamente la memoria di quelle mille figure, meno note, magari meno fortunate, che dalle tavole del palcoscenico hanno dato corpo e volto universali alle vicende della commedia umana che si recita ogni giorno in questa teatralissima città. È proprio questo il segreto di un rapporto tra Napoli e la scena che si snoda sul filo del tempo, dai grandi del passato, fino ai protagonisti del presente. Artisti che hanno saputo far vivere una tradizione e trasformarla facendone un laboratorio di modernità vigile e consapevole, contaminando forme antiche ed espressioni nuove. Senza trascurare il ruolo di tanti teatri che con i loro cartelloni hanno alimentato un prezioso circuito culturale.
- Napoli è dunque civiltà teatrale perché trasuda teatro, perché l'ethos e il pathos della città hanno avuto nelle arti sceniche - teatro e musica sopra tutte - la loro espressione più alta, quella più universale. Ed ecco perché lo Stabile non può sottrarsi alla sfida del presente con una programmazione e una serie di iniziative ad alto tasso civico e culturale, che testimoniano uno sforzo su più fronti. Per costruire e sostenere un rapporto sempre più stretto e articolato tra il teatro e la città. Marino Niola

