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Napsound – Recital avanguardistico partenopeo

di e con Anna Ammirati

TEATRO SAN FERDINANDO 19 aprile 2017   20 aprile 2017

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NAPSOUND
RECITAL AVANGUARDISTICO PARTENOPEO

di e con Anna Ammirati
sound design e musica Rocco Siliotto
fonico Andrea Nocentini
luci Luciano Zampetti
video Michele Paradisi

produzione Gaga Production

NAPSOUND è un recital srutturato in tre atti, corrispondenti rispettivamente a tre fasi dell’esistenza: l’infanzia, la giovinezza e la maturità. La forma del racconto è quella della poesia, o più precisamente quella di un dialogo tra poesie, dove la musica non è semplice accompagnamento ma sintassi. Questo dialogo suggerisce un percorso cognitivo, dove i vari personaggi si muovono scappando da una poesia all’altra, così il giudice di De Filippo lo ritroviamo trasformato nel dio cattivo di Ferdinando Russo, la donna borghese di Totò in quella adulta di Viviani che incita la folla, la cozza dell’ ”Imputata” di De Filippo nel chimico de “Le industrie di Guerra” e così di seguito.
Il primo atto rappresenta il mondo della fanciullezza, quando ancora ognuno di noi è protetto dall’illusione dell’esistenza, ed è composto da un trittico di De Filippo: “La gatta,” “Si to’ sapess’ dicere” e “La sedia.”. Queste tre poesie sono interpretate da una bambina, la cui infanzia è già segnata dalle contraddizioni della società.
Ed è proprio con “ La Società” di Antonio De Curtis che comincia il secondo atto. La bambina ormai è diventata una ragazza, l’ingenuità ha lasciato il campo all’inquietudine e lo spirito di conservazione si aggrappa a false ideologie e a surrogati emozionali pur di andare avanti ed evitare l’abisso in cui può condurci la consapevolezza del nulla. La voce di un Androide, tratto da un’intervista di De Filippo, fa da introduzione a questa nuova consapevolezza, accompagnata dal primo video:
“Ho sempre ritenuto questo: l’uomo nasce vecchio, poi piano piano diventa giovane. Ringiovanire significa secondo me eliminare. Eliminare sempre più, eliminare certe cose inutili che noi facciamo da giovani. Certe cose inutili che ci danno l’impossibilità di essere liberi.” Quindi si ritorna alle poesie: Ne“La Società” un uomo proletario apparentemente ignorante e una donna borghese dialogano sulle ingiustizie politiche, sulle ingordigie del potere e sulla scala sociale inventata e costruita dagli uomini. Nel “Testamento” la ragazza si chiede in un primo momento se esiste una vita precedente o successiva a questa e alla fine trae una considerazione: qualsiasi cosa sarò, sono una donna che è nata quindi esisto. Ne “L’imputata” la ragazza si trasforma assumendo prima le sembianze di un giudice che condanna all’ergastolo un frutto marino (cozza), accusandola di aver protratto il bacillo del colera, mentre questa si difende dicendo che il mondo in cui vive è stato infettato dagli umani e che lei è solo il risultato di questo avvelenamento: “se arriva merda arriva dall’esterno”. Nelle “Industrie di guerra” la ragazza diventa un chimico che ha scoperto un veleno per annientare il marcio dell’esistenza ma alla fine l’avidità e la sete di potere lo portano ad usare la sua scoperta nel senso contrario: distruggere la specie umana e governare su tutto. Ne “La madonna dei mandarini” la ragazza si manifesta in tutta la sua malvagità rappresentando un dio assetato e cruento che in una sorta di paradiso infernale si ciba persino delle figure più angeliche. (Se davvero esiste un dio, ci stà trattando davvero male!).
La linea di confine che divide il secondo e il terzo atto è tracciata da “Ca si fosse” dove la ragazza\madonna scappa dalla poesia precedente per esprimere il suo dubbio sull’esistenza di dio: ”e chi è st’ anima dannata che segna e scrive dentro a questo libro e che dice ora a chi tocca e se lo fa con uno scopo una ragione o pe’ sfizio soltanto o sulament’ pe malvagità ”.
Il terzo atto si apre con una rinnovata speranza , in “Pensieri miei” infatti la ragazza diventa una donna adulta e parla della possilità di avere un pensiero puro per poter attirare ciò che siamo e vogliamo “Penziere mieje, levàteve sti panne, stracciàtev’ ‘a cammisa, e ascite annuro, si nun tenite n’abito sicuro,tanti vestiti che n’avit’ ‘a fa?”. In “Io vulesse truvà pace” la donna adulta, invoca pace, in cui “ma pe’ truvà pace è nun sèntere cchiù niente?” una pace che però non significhi annientamento o morte, come talvolta saremmo tentati di desiderare, magari anche inconsciamente, quando non vediamo soluzioni al nostro malessere, ma piuttosto una possibilità di vita, un’espansione, una porta che si apre per vivere! Lo spettacolo si conclude con “C è ‘avimmo sollevà” di Viviani, dove la donna adulta invoca la folla a reagire e a rialzarsi con le proprie braccia, utilizzando come una vocalist un megafono immaginario da cui escono lapilli. La poesia scandita da un ritmo musicale sempre più incalzante con suoni che ci riportano alle crepe di un Vesuvio stanco ormai di star zitto diventa un vero eproprio inno alla Vita.