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Quaderni del San Ferdinando

Il nostro approccio al mondo è l’arte. Abbiamo sempre creduto che essa potesse arrivare prima e meglio sulle cose, che raccontarle sul palcoscenico o su una pagina fosse una nuova fondazione. Ecco perché nel pensare nuovamente al Teatro San Ferdinando, fuor di idee preconcette, nel domandarci noi - generazione che poco e male lo ha visto in attività, e che pure mai ha potuto prescindere  dall’idea che il teatro di Eduardo esistesse, come luogo fisico oltre che  artistico - cosa fosse oggi il Teatro San Ferdinando, abbiamo chiesto aiuto alla scrittura. Il Teatro andava riaperto, non a spizzichi e bocconi, come nella recente sua storia, ma in maniera sistematica e continuativa. Abbiamo creduto per questo che una raccolta di storie sul campo potesse essere principio e serbatoio di una nuova stagione. Un pomeriggio della scorsa primavera, Tuttocittà alla mano, abbiamo guardato su cosa insiste il Teatro San Ferdinando: via Foria, San Carlo all’Arena, la Sanità, l’Arenaccia, Sant’Eframo, le circoscrizioni di San Lorenzo-Vicaria. Si è aperta sotto i nostri occhi una mappa sterminata, fatta di città sepolte o alla ribalta sanguinosa della cronaca, quartieri flagellati dall’abuso e dall’abbandono ma anche vivi di vite nuove, nutriti di tradizioni che sono arrivate dai quattro angoli del mondo. E il teatro dove sta? A cosa serve? Chi lo ricorda? A chi può, vuole, deve rivolgersi? Era il momento, è il momento, di passare dalla mappa al territorio. Davide Morganti, Rossella Milone, Igor Esposito, Marcello Anselmo, Piero Sorrentino, Massimiliano Virgilio - una generazione di scrittori già sdoganati da editori e critica, eppure ancora giovani, “nuovi” per un “nuovo” teatro - sono andati a vedere e ci hanno raccontato. Chi con la poesia, come Igor Esposito, prova a intuire il desiderio dei ragazzini che giocano per strada, o tende l’orecchio a una voce un po’ dimenticata, chiusa nel sipario, ma pronta al miracolo della appresentazione. E chi invece reinventa, come Rossella Milone, la metafora di un luogo da cui uscire con “una testa diversa”: alberi sotto i quali sedere a discutere, in un orto botanico abitato dalle essenze piú esotiche e diverse, che respirano la stessa aria e formano insieme un unico giardino. Unica è anche la voliera casalinga raccontata da Marcello Anselmo, dove uccelli di ogni provenienza sbattono le ali e intrecciano i loro canti in onore di un popolo afono, descritto sulla scena dei giochi delle carte, tra infermieri che  rovesciano carichi di teschi sull’autostrada e gran puzza di galline. Storie che corrono intorno al San Ferdinando,storie autentiche che lo avvolgono di umane cure e quotidiani affanni, oggi nel riflesso di ieri, come succede nel racconto di Massimiliano Virgilio, che ripercorre l’avventura della giovane coppia (a cui l’autore deve i suoi natali), interrogata nella lotta giornaliera per la conquista di un proprio spazio d’intimitá, senza considerare quello che dei percorsi artistici loro contemporanei nel frattempo li nutriva; o come la memoria del giugno 1946 - epoca in cui la Repubblica Italiana faticava a nascere - fissata in un episodio che vale il segreto di una esistenza intera, e che Piero  Sorrentino ci svela con la sapienza di chi raccoglie un testamento, una volontá estrema. Vita e morte sempre insieme per queste strade. La morte ancora che si asciuga sulle pietre e sull’asfalto di via Foria, nel racconto di Davide Morganti, tra la retorica di certe lapidi e l’involontaria emozione dei necrologi improvvisati, una preghiera di quartiere, spontanea e commovente, che testimonia l’esistenza di una comunitá a cui il teatro puó offrire ancora una casa.

Valeria Parrella, Lorenzo Pavolini, Francesco Saponaro

 

Introduzione "Quaderni del San Ferdinando"

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