Chie Chan e io
di Banana Yoshimoto
traduzione e adattamento di Giorgio
Amitrano
regia Carmelo Rifici
con Pia Lanciotti, Cinzia
Spanò, Alessia Giangiuliani, Caterina Carpio, Guglielmo Menconi scene Guido
Buganza
assistente alla regia Agostino Riola
una produzione Teatro Eliseo - Mercadante Teatro Stabile di Napoli - Napoli Teatro Festival Italia
Banana riprende in
questo libro, leggero e profondo, alcuni dei suoi temi ricorrenti: la
solitudine, la convivenza con la morte e, soprattutto, la famiglia come
invenzione: l’autrice contrappone alla famiglia biologica –in forte crisi nella
società moderna- un nucleo familiare non convenzionale, all’interno del quale,
in questo caso, il polo maschile ne è escluso. Come sempre, la Yoshimoto ci
mostra personaggi che non hanno radici, orfani ( una scena molto forte del
romanzo è quella in cui Chie-chan scopre le reali circostanze della propria
nascita e il suicidio della madre) che tentano di superare questo trauma
“costruendosi” un’altra vita, quasi da favola, che aiuti loro a spiegare la
realtà, consentendoli di entrare nell’età adulta.
La moda e l’Italia, sono
due leitmotiv del romanzo. Altra ossessione del Giappone contemporaneo. Pur non
essendo personalmente vittime del fashion style, le due donne vivono
costantemente nel glamour. Kaori lavora in una boutique di lusso della zia, ed è
costretta a viaggiare spesso tra Tokio e Milano per acquistare abiti e pur non
coltivando l’interesse per la moda ha un forte senso estetico, osserva e
commenta la bellezza degli abiti e la qualità delle stoffe. Molto probabilmente
il motivo del racconto sta proprio qui: nella contrapposizione tra la vita
pubblica di rappresentanza, la superficialità degli ambienti della moda, e il
silenzioso e pacato comportamento (al limite dell’autismo) della vita privata,
fatta di monotoni gesti, di piatti cucinati immancabilmente nello stesso modo e
di un’unica canzone ripetuta.
Il mistero della vita appartata delle due
protagoniste ha il potere di colmare il bisogno di affettività in maniera più
compelta e appagante di quanto la famiglia di origine o un uomo potrebbero
fare.
Commenta Amitrano: “come rendere in teatro un testo che si presenta
così impervio a una trasposizione drammaturgica? Bisogna trovare una soluzione
che mantenga viva l’attenzione del pubblico senza sacrificare il flusso di
pensieri della narratrice che nel romanzo è tutto. Come restituire questo
stream of consciousness in una forma diversa dal monologo? Ho immaginato
il testo di Banana, cioè il monologo interiore di Kaori, fluire attraversando le
voci,i volti, i corpi di quattro attrici, come in un gioco polifonico che solo
ogni tanto si solidifica in scene tradizionali, nelle quali il testo è diviso in
un gioco di battute che rimbalzano in personaggi riconoscibili.
La vicenda
sarà rappresentata in uno spazio minimalista e rarefatto, moderno e nello stesso
tempo esteticamente pensato sulla tradizione zen. Ciò che mi preme raccontare è
la MANCANZA DI RADICI delle protagoniste, la loro ossessione a ricreare una
nuova tipologia di famiglia e quindi un nuovo tipo di luogo in cui vivere. La
scena dovrebbe avere una tale leggerezza da dare allo spettatore l’idea del
volo, di uno spazio agile e in continua trasformazione (senza radici appunto):
un aereo, un ristorante, una boutique e una casa che non è una casa ma un
assemblaggio di moduli bianchi e “svelti”. Abiti che entrano in scena come se
“apparissero”, e, con la stessa facilità, un tavolo da pranzo che si trasforma
in un letto di ospedale, o di una poltrona di un cinema che diventa il sedile di
un aereo,... tutto affinchè si possa restituire allo spettatore il commovente
tentativo di Banana di trovare un nuovo ed equilibrato spazio vitale.

