Hotel de l'Univers
Rècit-chantant di Enzo Moscato dedicato allo spirito d’a musica del cinema
drammaturgia, testi delle canzoni originali e regia Enzo
Moscato
progetto musicale, musiche originali e rielaborazioni Pasquale
Scialò
scena e costumi Tata Barbalato
luci Cesare
Accetta
con Enzo Moscato
musiche eseguite da L’Hotel de
l’Univers ensemble
Gianfranco Campagnoli, tromba e filicorno
Ciro
Cascino, pianoforte e tastiere
Antonio Colica,
violino
Franco Coni, fisarmonica
Alberto D’Anna,
batteria
Aldo Farias, chitarra elettrica
Angelo Farias,
basso elettrico
Antonello Grima, violoncello
Annibale
Guarino, sax soprano, alto e tenore
Maurizio Villa, chitarra
classica
direzione musicale Pasquale Scialò
assistente musicale
Carla Conti
assistente alla regia Claudio Affinito
direttore di
scena Marcello Iale
tecnico luci Samos Santella
fonico
Cesare Gardini
foto Fiorenzo De Marinis
Artista dai mille interessi, con un’irresistibile predilezione
a ibridare, contaminare i diversi registri della scrittura, ogni spettacolo di
Enzo Moscato costituisce, al contempo, una sintesi e un ricamminamento inedito
dei molteplici fattori, dei tanti sguardi (musica, espressione corporea,
filosofia, poesia…) che ‘fanno’ il teatro, quasi si trattasse, ogni volta, di
dirci o raccontarci del loro tramonto e della loro alba insieme.
Così non fa
eccezione questo Hotel de l’Univers, che l’autore, sulla scia delle sue
precedenti creazioni teatral-musicali (Embargos del 1994, premio Ubu, e
Cantà del 1999), dedica alle colonne sonore del cinema, o dei film, che
più hanno colpito, nel tempo, i nostri sensi e il nostro
immaginario.
Muovendo dalla riscrittura, a cura di Pasquale Scialò, delle
grandi tracce musicali a firma di compositori quali Rota, Bovio, Piovani etc,
relative a celeberrimi film di registi come Fellini, Pasolini, Giannini, Magni,
la rivisitazione musicale presente in Hotel de l’Univers è accompagnata
da una parallela stesura inedita di brani (testi di Enzo Moscato, musiche di
Pasquale Scialò), anch’essi ispirati all’universo espressivo della Decima Musa,
passata e contemporanea.
Non solo, Moscato incunea, tra l’una e l’altra,
all’interno come all’esterno, in canzoni come in narrazioni, un sottile e
rarefatto filo drammaturgico, fatto di ricordi, aneddoti, paradossi, note
critiche che, mentre lega insieme, quasi fossero una cosa sola, musica, cinema e
teatro, ci esorta a non smarrire il bandolo della cosa che più, forse, gli sta a
cuore: l’evoluzione e il raffinamento, la culturalità e la popolarità della sua
personale ricerca scenica.
Postilla (in-conclusiva, non scientifica) ’e Regia
Attento a non
smarrire mai la pista principale della mia ricerca espressiva a teatro, in
qualsiasi luogo, ricchissimo o gramo, desolato o affollatissimo, in cui le venga
richiesto di dar conto di sé, ho voluto riprendere per Hotel de l’Univers
la traccia, ormai ai più ben nota, dei miei poetici canzonieri e
meta-canzonieri, inaugurata con successo anni fa con Embargos (1994) e
proseguita poi con l’altro spettacolo–disko Cantà (1999), stavolta però
dedicando il lavoro tutto, silloge musicale e drammaturgia, non alla canzone o
al canto in generale, come avveniva nei due precedenti, bensì a quella specifica
che abita nei films o nelle pellicole, comunemente detta sound-track,
leit-motiv, o colonna sonora.
Nella fattispecie, per Hotel de
l’Univers, dato il mare magnum delle possibili covers cinematografiche a cui
potevamo attingere, Pasquale Scialò ed io, per rielaborare o creare in musica
citazioni e omaggi, la canzone cinematografica che s’è voluta ricordare, o
inventare ex novo, è quella relativa agli anni della mia infanzia e adolescenza,
i cosiddetti mitici ’50 e ’60, che videro trionfare sugli schermi, com’è noto,
capolavori quali Le notti di Cabiria, di Fellini, Carosello
napoletano, di Giannini, Gervaise, di René Clement, Il principe e
la ballerina, di Laurence Olivier, L’eclisse, di Antonioni, etc …, i
cui snodi musicali, paralleli alla trama–storia filmica, e tutti a firma di
eccelsi musicisti (primo, fra tutti, l’indimenticabile Nino Rota), almeno i più
anziani fra di noi ancora custodiscono, nell’orecchio e il cuore, con
affetto.
Al canzoniere, poi – che, a parte le citazioni-omaggi relativi al
glorioso passato della Decim’Arte, offre anche brani inediti, a firma di Scialò
e mia, dedicate a figure ’glamorouses’ dello schermo, quali Marilyn Monroe, Anna
Magnani, Tennessee Williams, Pier Paolo Pasolini, come anche ad iniziative che
molto si diedero da fare per far conoscere ed amare il cinema presso i bambini
dei Quartieri Popolari, a Napoli (La Mensa Bambini Proletari di
Montesanto, di Goffredo Fofi e Geppino Fiorenza, fu una di queste) – è
sovrapposto, od intrecciato, un meta-canzoniere, sbrindellato e parodico; una
striscia, per così dire, in “s-prosa”, di figure, parole, atteggiamenti; un
defilé di decadute, inzallanute Muse & Musi; di logori, patetici clichés
cinematografici: L’Oca Giuliva, L’Arcigna puntigliosa, Il Trombone, vanesio e
roboante, che, mentre, da un lato, fanno disinvoltamente il verso all’“alto”e al
“sublime” schermico, sottolineano con forza il bisogno fortissimo d’Assenza
d’immagini (registrate dal cinema) sul palco, che ho sentito sin dal primo
istante che ho preso a scrivere il lavoro.
Scelta che giustifico ed appoggio
per ben tre fondati motivi, progettuali e registici, a mio avviso.
Primo: non
sottovalutare ed avvilire la capacità di fantasia dello spettatore, fornendogli
arbitrariamente materiali da repertorio cine–techico precotto.
Secondo: siamo
sempre a teatro, dopotutto, non al cinema, e, per di più, all’interno di una
“pièce” che vuole operare con i suoni, le musiche, le canzoni, di un certo tipo
di films, non con le sue storie o con le sue sequenze tramatiche. Di
conseguenza, ho dato predominio al senso dell’orecchio e non a quello
dell’occhio, ai ritmi del “racconto”, alle sue formalità in note, non al
racconto in sé, alle sue cose “da guardare”, percepire, vedere, etc …
Terzo,
e non ultimo, servendomi per questo anche della grande lezione teorico–pratica
d’amanti appassionati del cinema, quali Jean Cocteau e Roland Barthes, ho optato
per l’Assenza di referenti sequenziali in scena per tentare di far nascere, tra
il cinema e il teatro, spogliati, denudati dei loro (spesso) ripetitivi e inerti
orpelli specifici, dei loro linguaggi (spesso) chiusi, arroccati, autodifensivi,
un possibile ed inedito Terzo Espressivo, che, nato da entrambi, si apra, si
spalanchi invece sull’ Altro, e così li trasfiguri, li metamorfizzi, in qualcosa
di nuovo, di originale, che ancora non so, ovviamente, se c’è, concretamente, in
Hotel de l’Univers, ma confermo che ne ho avuto l’intenzione e che
conservo vivamente la piccola speranza che ci sia.
Il tutto senza spocchie
intellettualistiche.
Senza presunti accanimenti sperimentali o
sperimentaloidi.
Come qualcuno, e disinformatamente, circa il mio lavoro,
potrebbe supporre.
Anzi, giocandoci parecchio.
Con Pasquale Scialò e i
suoi musicisti. Coi tecnici e i collaboratori. Tutti.
Con serenità, levità,
trasognazione.
Sentimenti, questi, che mi auguro possa avere anche chi, tra
la critica ed il pubblico,vorrà benignamente venirci a vedere.
Pardòn: ad
ascoltare. Anzi: ad “ausuliàre”.
Come, in napoletano antico, dice, una delle
improbabili e stizzose, basilesche e “fonnachére” Muse dell’“Hotel”… Enzo
Moscato
Una nota di Pasquale Scialò
A chi esagera si usa dire spesso: «stai
facendo un film! », l’amplificazione dei fatti si identifica con l’idea di una
visionarietà esuberante che allarga l’immaginario visivo e sonoro. Ma si può
evocare un film senza vederne le immagini? Solo attraverso le musiche, anzi
quelle musiche che con quei film hanno finito col coincidere?
Hotel de
l’Univers sviluppa il suo nodo costitutivo di spettacolo di teatro musicale
intorno a questo interrogativo e a questo paradosso: luogo di fantasie
illimitate ma anche, come recitano i versi di Moscato, «impero d’ ‘e buscie»,
spesso connaturate col fantastico mondo dell’infanzia.
Da ciò prende corpo lo
spettacolo, trasferendo sulla scena teatrale – attraverso corpo, parola, suono,
musica dal vivo, scenografia, luci – vissuti autobiografici, commenti,
saggistica, contrappunti, brandelli di sceneggiature, stereotipi vocali delle
intonazioni di alcuni grandi protagonisti, che, tutti, insieme, convocano il
mondo del cinema, in sua assenza; anzi, proprio eliminando la proiezione della
pellicola nell’intento di rappresentarla con la parola e la musica senza
riprodurla sullo schermo.
Nell’Hotel de l¹Univers si evocano spaccati,
vissuti come se si assistesse ad una proiezione cinematografica in una sala di
terz’ordine in cui un improvviso guasto impedisse la riproduzione dell’immagine:
si può percepire solo la componente sonora mentre scorre il tempo, o meglio Œo
Tiempo, Ca curre pe’ vicule, ora fluttuante ora traditore, Ca
pò vasà e tradì/ Giuda,/ ca puorte mille croce, ora grande fiume di suoni e
rumori, Tu suon’ogni musica. E’ questa dimensione il trait d’union
tra cinema e musica, a interpretare il forte legame tra il piano oggettivo,
cronometrico e quello soggettivo, emotivo, per sua natura episodico e
semantico.
Hotel de l’Univers è un omaggio ad un cinema già visto, in
particolare quello a cavallo tra gli anni Cinquanta e Settanta, in grande parte
già culturalmente metabolizzato. In questo trasloco, dallo schermo al
palcoscenico, si rimodella la comune dimensione drammaturgica attraverso il
canto scenico con la composizione di nove brani originali e la ripresa di temi
musicali preesistenti.
Le musiche preesistenti sono canzoni tratte da film
storici (Smile da Tempi moderni di Chaplin; Maistà di
Bovio-Cannio poi inserito nel film Carosello napoletano di
Giannini; Steva nu rre di Magni-Pagano-Piovani dal film Francesco e
Sofia di Magni), insieme a brani già presenti nella scena filmica con una
forte matrice drammaturgica, e in qualche caso anche documentaria (come per
Dos Gardenias para ti di Carillo, dal film Buena vista social club
di Wenders interpretato da Ibrahim Ferrer, da poco scomparso); o anche
musiche nate solo come temi strumentali qui riproposte come canzoni con nuovi
testi di Moscato (Le notti di Cabiria di Fellini, musica di Rota;
Cinema Aduà, Chiar’o’scuro dal film Lontano in fondo agli occhi di
Rocca, musica di Scialò). O, ancora canzoni “dimenticate” (Eclisse twist
di Fusco interpretata da una giovane Mina nel film L’eclisse di
Antonioni) e, infine, un omaggio alla Magnani con il brano Quanno è bello a
fa (Simi-Martelli-Neri).
Il corpo centrale della musica, tutta eseguita
dal vivo, riguarda le canzoni originali: con Hotel de l’Univers prende
avvio il percorso scenico, una sorta d’iniziazione in parte autobiografica
all’audiovisione in quanto spazio-tempo dell’imprevisto e a tratti del proibito,
intrisa di una sensorialità infantile seducente e fragile, fino ad arrivare al
brano conclusivo dal titolo Dopo Pasolini. Tra questi due estremi, il
primo segnato da oniriche aspettative romantiche, l’ultimo destrutturato e
minimalisticamente ossessivo, si snoda la drammaturgia musicale dei canti
scenici. La linea vocale in gran parte trasparente e cantabile disegna questo
spostamento a tappe tra luminosi miti del cinema – come Diva, Marilyn
costruita ironicamente su un tempo di bossa nova – e momenti bui di
degrado – Hard Candy ispirata all’omonima creazione di Tennessee
Williams. Ma sempre agisce l’immanenza del cinema, come in Mensa bambini
proletari in cui il menù della pionieristica esperienza di solidarietà e di
sostegno materiale per l’infanzia a rischio – creata a Napoli da un gruppo di
intellettuali – è non solo quello alimentare, di un provvidenziale piatto caldo,
ma anche: “Totò e Peppino/e la Pica, buffa Tina/ [che] mettevano più chili/che
qualsiasi ovomaltina.”
Infine Dopo Pasolini, quasi una
preghiera laica e rarefatta in memoria del grande regista e intellettuale
italiano.
Hotel de l’Univers evoca storie, miti o anche musiche del
nostro immaginario che mai vedremo a cinema e che è possibile ascoltare solo a
teatro, colonna sonora del “nostro film”, del nostro spettacolo, della nostra
visionarietà della parola e della musica, per ascoltare il mondo e non solo
vederlo!
Le canzoni
Il principe e la ballerina di Addison, dal film omonimo
di Laurence Olivier
Chiaro ô Scuro (Trase lla) di
Moscato, Scialò
Cinema “Aduà” di Moscato, Scialò
Hotel
de l’Univers di Moscato, Scialò
Dos Gardenias para ti
di Carillo, dal film Buena Vista Social
Club
Cabiria-Nights/Smile di Rota e Chaplin dai films Le Notti
di Cabiria di Fellini Tempi Moderni di Chaplin
Assommoirs di
Moscato, Scialò, omaggio a René Clements
Steva nu re di Magni,
Pagano, Piovani, dal film ‘O Re di Luigi Magni
Maistà di Bovio,
Cannio, dal film Carosello Napoletano di Giannini
L’eclisse di
Fusco, dal film omonimo di Antonioni
Tiempo di Moscato,
Scialò
Com’ è bello far l’amore quando è sera … omaggio ad Anna
Magnani
Hard Candy di Moscato, Scialò, omaggio a Tennessee
Williams
Diva di Moscato, Scialò, omaggio a Marilyn
Monroe
Mensa Bambini Proletari di Montesanto di Moscato,
Scialò
Dopo Pasolini di Moscato, Scialò
Il principe e
la ballerina reprise
Rassegna stampa - estratti:
Nello spettacolo di Moscato confluisce la parte migliore della cultura napoletana di oggi, capace di utilizzare la tradizione proprio perché la sottopone ad un rigoroso filtro concettuale, rifiutandola come oleografia sentimentale (Renato Nicolini - “l’Unità”)
Il nuovo Stabile di Napoli ha aperto i battenti con uno spettacolo in cui la proverbiale ibridazione moscatiana ha lasciato da parte le consuete e palpitanti storie dei suoi vicoli, per disegnare un elegante, finissimo e perfetto meccanismo teatrale sorretto da un originale percorso canoro. (Stefano de Stefano - “Corriere del mezzogiorno”)
Con il teatro Enzo Moscato non tradisce mai la sua distintiva, profonda e
costante matrice poetica. Anche quando si “traveste” da chansonnier egli scrive
prosa e lirica. (Francesco Urbano - “Roma”)
Coi testi e la voce di
Moscato e gli arrangiamenti di Pasquale Scialò, elaborati fino alla preziosità
rivivono musiche e figure care, dal chapliniano Smile alla versione di
Rota per Cabiria, all’Eclisse Twist per Antonioni, con un excursus
verso Buenavista di Wenders e Maistà di Libero Bovio a far
capolino accanto a Totò, Peppino e la Pica, prima che si ascoltino dei versi di
Pasolini e ci dia un brivido la voce di Nannarella. (Franco Quadri - “la
Repubblica”)
Quasi una misteriosa evocazione l’ “Hotel de l’univers” di Enzo Moscato visto durante la prima uscita del neonato Stabile di Napoli, Mercadante. (Giuseppe Giorgio - “Cronache di Napoli”)

