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Jean-Luc Nancy legge Corpo teatro
  Giovedì  24 giugno 2010, ore 11 – Teatro Mercadante Jean-Luc Nancy legge Corpo teatro Edizioni Cronopio – prima edizione europea   Il Teatro Stabile di Napoli e la casa editrice Cronopio promuovono l’incontro con il filosofo Jean-Luc Nancy in occasione della pubblicazione del...
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Fringe 2 Fringe
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Shakespeare e Beckett

"Un professore di filosofia, poi diventato mio caro amico, mi diceva sempre: “la tua generazione è triste perché è nata già in crisi. Noi – così diceva, lui che aveva “fatto il sessantotto” – noi almeno abbiamo vissuto una stagione di euforia, di illusione, di felicità. Ma voi?  voi siete in crisi e non sapete neppure perché. Forse non sapete neppure che cosa è andato in crisi!”.
Era un ritratto di me, allora poco più che ventenne, abbastanza impietoso ma tutto sommato veritiero. Questa consapevolezza ha accompagnato il mio lavoro di regista e ho deciso di porla al centro anche del mio lavoro di direttore del Teatro Stabile di Napoli. Credo, infatti, che porsi la domanda su perché e che cosa sia andato in crisi sia il compito, poco divertente ma necessario, su cui la mia generazione ha il dovere di cimentarsi per tentare di dare un contributo a una riflessione culturale che non sia spicciola e, attraverso di essa, provare a riconquistare un rapporto forte con la realtà.
La parola “crisi”, infatti, è quella che oggi tutti più facilmente adoperiamo per raccontare la nostra epoca. E’ sotto gli occhi di tutti che c’è la “crisi economica”, la “crisi dei valori”, la “crisi del modello di sviluppo”, “la crisi della sinistra” etc.  Salvo poi accorgerci che questa parola, come tutti i luoghi comuni,  esprime una verità tanto più grande quanto più viene svuotata di significato, fino a diventare essa stessa, attraverso la sua povertà di significato, un generatore di “crisi”. In questo senso, credo, ci troviamo davanti soprattutto a una epocale, drammatica crisi linguistica. Le vecchie categorie - sociali, economiche, politiche, culturali - non interpretano più il mondo in cui viviamo e non ce ne sono di nuove che ci vengano incontro. Probabilmente il loro apparire sarà lungo, difficile, tormentato, forse traumatico. Ma bisognerà pur cominciare.
Sono convinto che il teatro, attraverso il suo linguaggio, possa fare molto perché questo nuovo appaia. Per questo ho chiamato intorno a me, per questa nuova stagione, tanti artisti, soprattutto della mia generazione (la classe nata negli anni sessanta) e ho posto a ciascuno questa semplice domanda: “perché siamo diventati così cinici?”. Il cinismo, infatti, è l’effetto più evidente, il più immediato e tangibile, di questa “crisi” linguistica. Se le parole si svuotano di significato, se diventano arbitrarie, se girano a vuoto, l’effetto più immediato è che le promesse non hanno più valore, gli sguardi devono sancire con l’arroganza e la cattiveria ciò che non può più essere garantito da un patto. Se non siamo più in grado di dirci l’un l’altro dove stiamo andando, ad ogni incrocio, non solo metaforico!, saremo spinti solo, e sempre di più, a passare per primi, ma non sappiamo più neanche perché! Solo la forza del giuramento, del patto, come sostiene Giorgio Agamben, rende possibile il linguaggio e questo giuramento, questo patto sono venuti meno.  Tutto rischia di essere travolto da questa crisi. In Italia ancor più che altrove. A Napoli, come sempre, in modo speciale.
La soluzione, credo, non può essere l’invito a “diventare tutti più buoni”. Bisogna per prima cosa, ed è questo che il teatro può fare, stanare i linguaggi vuoti, i luoghi comuni, smascherare gli ingranaggi, e insieme dar ascolto alle parole che hanno ancora forza, aggrapparsi ad esse come a una zattera in mezzo alla tempesta. Provare a far vivere sui nostri palcoscenici, come in un teatrum orbis, i meccanismi in cui il nostro linguaggio si è inceppato e provare a gettare una rete immaginaria con cui cercare di raccogliere le parole, e con esse i concetti, le speranze, i desideri che sappiano ancora raccontarci chi siamo e cosa vogliamo diventare.
Shakespeare e Beckett saranno gli autori privilegiati attraverso i quali muovere i primi passi di questa riflessione. Non tanto e non solo per l’importanza che essi rappresentano per chiunque si occupi di teatro, quanto per il fatto che la potenza linguistica che essi mettono in campo può ben rappresentare sulle scene l’arco entro il quale si è consumato il naufragio con il quale bisogna fare i conti. Qualcuno diceva, con una bellissima metafora, che il tearo di Shakespeare è la scatola nera dell’umanità. Si potrebbe aggiungere, forzando la metafora, che il teatro di Beckett è l’immagine della carcassa ancora fumante, la prova, che l’aereo è precipitato. Avere a disposizione la scatola nera, leggere con attenzione cosa c’è scritto, è un privilegio che forse ci permetterà di riaggiustarlo, di farlo ripartire.
Ho accettato, in questi primi mesi di direzione, molti inviti a collaborare; altrettanti ne ho rivolti a varie istituzioni culturali della città e tanti ho in programma di svilupparne per il prossimo anno. Se tutti ci muoviamo, come abbiamo cominciato a fare, in una comune direzione, faremo nei prossimi anni, ne sono sicuro, passi molto più lunghi e significativi.
Mi piace infine annunciare e presentare questa nuova stagione del Teatro Stabile di Napoli ricordando alcuni versi di F. Hölderlin:

“Su, vieni! Guardiamo nell’Aperto.
Cerchiamo qualcosa di proprio,
sebbene sia ancora lontano”.

Guardiamo nell’Aperto. E’ questo l’invito che rivolgo idealmente a tutti gli artisti, agli spettatori, alle Istituzioni, agli operatori, a quanti a vario titolo vorranno partecipare alla vita di questo teatro. Rivolgo questo invito soprattutto a Napoli, a tutta la città: cerchiamo qualcosa di proprio, sebbene sia ancora lontano".
Andrea De Rosa

 

"In questo momento di crisi internazionale il teatro, investito come ogni istituzione dalle acque agitate del presente, coinvolto nelle sue ristrettezze, non può sottrarsi alla sua funzione civica e culturale che consiste nell’offrire linguaggi, scene e modi di elaborazione culturale di una realtà difficile e piena di incognite, di uno stato di emergenza che ci riguarda tutti, come cittadini e come operatori istituzionali.
Non a caso la programmazione di quest’anno è orientata su due testimoni polari della crisi come Shakespeare e Beckett. L’autore de La Tempesta ha incarnato in forme, ancora vive e palpitanti, lo smarrimento di una trasformazione epocale che investì gli uomini della prima modernità, della quale lo smarrimento contemporaneo è figlio postumo. Mentre Samuel Beckett, questo Francis Bacon del teatro, della crisi dell’uomo contemporaneo ha saputo disegnare implacabilmente l’anatomia.
Non è un caso che i grandi tornanti della modernità e i rivolgimenti tragici da cui prendono forma le grandi trasformazioni storiche e sociali hanno nel teatro il più sensibile dei sismografi e al tempo stesso un modello interpretativo valido per ogni tempo e situazione.
Inoltre il Teatro Stabile di Napoli e i suoi vertici sentono forte la responsabilità verso una tradizione che ha pochi eguali al mondo e che ha fatto di quella partenopea una delle grandi civiltà teatrali dell’Occidente. Un impegno che lo Stabile continua ad onorare nei suoi spazi gloriosi, dal Teatro Mercadante fino al San Ferdinando abitato dal genius eduardiano.
Per accennare brevemente a quel che la città di Bruno e di Della Porta, di Viviani e di Scarpetta, di Annibale Ruccello e di Roberto De Simone ha rappresentato per la storia del teatro universale bisognerebbe scrivere un libro ancor più voluminoso di quello, bellissimo, che Vittorio Viviani dedicò al teatro, o meglio, ai teatri di Napoli. E in ogni caso qualunque elenco sarebbe incompleto, perché finirebbe per cancellare ingiustamente la memoria di quelle mille figure che dalle tavole del palcoscenico hanno dato corpo e volto universali alle vicende della commedia umana. Artisti che hanno saputo far vivere una tradizione e trasformarla facendone un laboratorio di modernità vigile e consapevole, contaminando forme antiche ed espressioni nuove.
È in questo senso che Napoli è civiltà teatrale. Perché l’ethos e il pathos della città hanno avuto nelle arti sceniche - teatro e musica sopra tutte - la loro espressione più alta, quella più universale. Ecco perché il Teatro Stabile partenopeo non può che rispondere alla sfida di un presente insidioso con una programmazione e una serie di iniziative ad alto tasso civico e culturale, che testimoniano uno sforzo ininterrotto per costruire e ricostruire un rapporto sempre più stretto e articolato tra i Napoletani e il loro teatro".
Marino Niola

 

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