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IL DITO

regia e costumi Carlo Sciaccaluga

RIDOTTO DEL MERCADANTE 20 febbraio 2020   1 marzo 2020
Ridotto del Mercadante, 1 Gennaio ore 21.00 e
Ridotto del Mercadante, 1 Gennaio ore 17.00 e
Ridotto del Mercadante, 1 Gennaio ore 17.00 e
Ridotto del Mercadante, 1 Gennaio ore 21.00 e
Ridotto del Mercadante, 1 Gennaio ore 17.00 e
Ridotto del Mercadante, 1 Gennaio ore 21.00 e
Ridotto del Mercadante, 1 Gennaio ore 21.00 e
Ridotto del Mercadante, 1 Gennaio ore 17.00 e
Ridotto del Mercadante, 1 Gennaio ore 17.00 e
Ridotto del Mercadante, 3 Gennaio ore 21.00 e
20/02/2020 ore 21.00
21/02/2020 ore 17.00
22/02/2020 ore 17.00
23/02/2020 ore 21.00
25/02/2020 ore 17.00
26/02/2020 ore 21.00
27/02/2020 ore 21.00
28/02/2020 ore 17.00
29/02/2020 ore 17.00
01/03/2020 ore 21.00

IL DITO
di Doruntina Basha
traduzione italiana Elisa Copetti
regia e costumi Carlo Sciaccaluga
con Chiara Baffi e Alessandra Pacifico Griffini
scene a cura degli Allievi Accademia Belle di Napoli / Cattedra di Scenografia prof. Luigi Ferrigno
produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale

Carlo Sciaccaluga firma la regia dello spettacolo basato sul testo della giovane drammaturga kosovara Doruntina Basha, Il dito. Il tema è quello delle famiglie che durante la guerra in Kosovo del 1998-1999 hanno avuto un famigliare scomparso.
Il dito è un incidente”, annota Carlo Sciaccaluga . “Un dito tagliato da un coltello, come una vita tagliata via dal corso della storia. Il testo dell’autrice kosovara racconta la storia di due donne, una più giovane, l’altra più vecchia, moglie e madre di un giovane uomo scomparso da dieci anni nel corso di una pulizia etnica. I riferimenti agli scontri tra serbi e albanesi in Kosovo non sono espliciti, ma sembrano evidenti. Come si vive, come si sopravvive quando non c’è un corpo su cui piangere, ma solo dei vestiti vuoti da contemplare? Come si sopravvive a una convivenza forzata, con l’assenza come unico fattore di unione? Zoja, la madre, non vuole arrendersi all’evidenza: suo figlio tornerà, ci dice. E raccontando a sé stessa e alla nuora questa versione dei fatti, non potendo più negoziare tra passato e futuro, perché tutta la sua vita è nel passato, incatena la nuora a un’esistenza nevrotica, a una narrazione isterica. Come si può accettare la perdita di un figlio, di un marito? Ogni lutto è inaccettabile, lo è del resto anche la fine di un amore, sono i misteri crudeli e, forse, meravigliosi della vita. Raccontandosi i mondi ideali in cui vorrebbero vivere, Zoja e Shkurta evocano, creano realtà in cui il dolore non esiste. Ma il dolore è necessario, la barbarie dell’uomo va guardata in faccia, non va cercata una spiegazione in fatti che una spiegazione non possono trovare. La vita è separazione, assenza di senso, si può solo essere ciò in cui si crede, come scriveva Cechov, ma mentre la vecchiaia dilaniata non può accettare la mancanza di una ragione, la gioventù ferita ha il diritto di vivere, di rinegoziare il futuro”.